giovedì 13 agosto 2009

L’enigma dei Tarocchi
Di Stefano Bazzani
I misteri pagani rinascimentali
furono concepiti per iniziati:
richiedono quindi un’iniziazione.
Edgar Wind
(misteri pagani nel rinascimento)
Prefazione

I Tarocchi sono un enigma che per più di cinquecento anni ha mantenuto ben celato il proprio segreto: ora è giunto il momento di rivelarlo.
Le ricerche storiche fin qui condotte hanno finalmente stabilito con certezza molte cose sulla loro origine, e questo ci sarà sicuramente utile, anche se va detto che la ricerca “storica pura” non ci porterà a ricomporre completamente questo puzzle.                                                                              Per farlo dovremmo affidarci sopratutto al metodo investigativo: metodo che tiene conto anche delle prove indiziarie.                                                                                                                           Per gli storici solo i documenti ufficiali possono provare o no “la storia”: ecco il difetto di una scienza che pretende l’esattezza a discapito dell’interezza.                                                                    Una volta che i documenti ufficiali mancano o svaniscono o sono bruciati, come nel caso degli archivi di Milano, non c’è più storia?                                                                                             Inoltre, altra cosa da precisare è che, se qualcuno ha voluto celare un segreto, certamente non avrà lasciato documenti che lo rivelino.                                                                                            Ogni buon romanzo giallo ci insegna che chi commette un reato, magari non lascerà prove, ma qualche indizio rimane sempre.                                                                                                                Il primo fra questi è uno schema.
Grazie allo schema finalmente riusciremo a dare un senso compiuto a questa mirabile opera dell'ingegno che sono i Tarocchi.

Lo shema


Scrive Giordano Berti (Fenix n.5 pag 70), che nei Tarocchi è ben visibile una forte componente cristiana, sostenendo poi che questa è la chiave per la loro interpretazione. 
Non è così.
Dimostrerò che i tarocchi non hanno a che fare con il cristianesimo, ma piuttosto con un’eresia ben celata dietro l’apparenza di figure cristiane.
In un’epoca di accanite censure da parte della Chiesa cattolica, quale miglior modo per nascondere un insegnamento che dalla chiesa stessa sarebbe stato considerato eretico?

La mia ricerca iniziò dalla scoperta di uno schema ben preciso celato nei Tarocchi.
Matto e Bagatto, poi Papessa_Imperatrice_Imperatore_Papa, ancora una quartina, Amanti_Carro_Giustizia_Eremita, La Ruota della Fortuna a dividere la prima dalla seconda serie. 

Si riparte con tre terzine: Forza_Appeso_Morte, 
Temperanza_Diavolo_Torre, 
Stella_Luna_Sole, 
per finire con coppia di carte come all’inizio, Risveglio_Mondo (Fig. 1).


Ciò che è subito evidente sono le quattro figure principali: 


 papessa, imperatrice, imperatore, papa (Fig. 2).







La seconda è nell’ultima terzina: i tre astri consecutivi (Fig. 3).







Già molti studiosi lo avevano notato (si vede bene anche sistemando in
successione lineare le carte) ma non erano mai riusciti a trovarne il nesso.
Nella sistemazione consecutiva delle carte non si poteva notare come forza, temperanza e Stella, fossero una conseguente all’altra(Fig 4).


Qui tre donne compiono un gesto con le mani: la Forza apre le fauci al leone, la temperanza tiene in mano due brocche e ne riversa l’acqua da una all’altra e la stella, che ha sempre in mano le stesse brocche, ne versa il contenuto a terra. 
Proseguendo l’osservazione verticale, nella seconda terzina si noti il senso di costrizione (appeso), funesto o intimidatorio (diavolo) e oscuro lunare (luna). 
Nella morte e nella torre si può osservare la fatalità di un volere superiore, che invece scompare nell’ultima carta delle terzine verticali con “il sole”.
Dopo l’osservazione visiva, l’interpretazione renderà tutto più chiaro (vedi fig 1).


Interpretazione
Essendo questo un articolo e non un trattato sui Tarocchi, farò solo una breve stesura interpretativa dello schema, quanto basta per darne un senso compiuto. 
Dopo di che entreremo nel vivo dell’argomento, cioè ritrovare il loro fantomatico ispiratore.
Quando vidi per la prima volta lo schema per me fu semplice interpretarne il significato, perché fa parte di un percorso iniziatico che ben conosco.
Non avevo mai studiato i Tarocchi primi, e probabilmente anche questo contribuì in modo determinate a vedere con chiarezza, senza essere falsato dai preconcetti che avrebbe sicuramente creato la lettura delle svariate opere interpretative.

Il significato globale dello schema è di analizzare il percorso di crescita dell’individuo, e spiegare le trappole in cui può cadere prima di poter realizzare se stesso.
Si dice che ognuno di noi viene al mondo con un compito, una missione da compiere, ma che solo pochi arrivino a realizzare il proprio intento.

Lo schema ci porta in questa dinamica: in principio è spirito (in termini cristiani) che vagabonda inconsapevole di se stesso (il matto), finché non concepisce di doversi realizzare (il cappello a otto simbolo dell’infinito le vesti signorili e tutti gli elementi simbolici di terra, acqua, aria e fuoco sul tavolo del Bagatto fanno pensare a una persona realizzata, piuttosto che a un ciarlatano come alcuni interpretano; una persona completamente consapevole delle proprie potenzialità).
Le quattro figure di comando ci indicano il carattere, quello che nella classificazione psicologica moderna chiameremmo: femminile-introversa, femminile-estroversa, maschile-estroverso, maschile-introverso.
Lo spirito si muove dunque condizionato dal proprio carattere prima, poi dal sentimento che lo anima. L’amore, la conquista, il senso di giustizia e la ricerca della conoscenza, questa è l’interpretazione degli amanti, il carro, la giustizia e l’eremita.
La ruota della fortuna rappresenta la sorte, ciò che muove gli avvenimenti in direzioni inaspettate.
Le terzine rappresentano quello che oggi chiameremo le tre vie di pensiero “ateo”, “religioso”, “scientifico” (ricordiamo che nei tarocchi Ferraresi stella e luna hanno nella parte sottostante delle carte astrologi o alchimisti, l’equivalente dei nostri attuali scienziati).
Nella prima terzina è rappresentato il “pensiero ateo”, si vede come nella forza sia il suo credo. L’appeso, il suo impedimento e la morte: l’evento ineluttabile e inspiegabile che sancisce la fine della vita.
La seconda rappresenta il “pensiero religioso”. La vita del credente è come l’acqua che scorre da una brocca all’altra per mano divina (Angelo o Temperanza), il suo unico compito è onorare questo dono, riconoscendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato nei confronti della divinità. Il Diavolo è l’angelo della punizione per chi trasgredisce al volere supremo. Per ultimo, l’accettazione del concetto che ciò che Dio crea, Dio può distruggere, è ben rappresentato dal fulmine che squarcia la torre.
Nell’ultima terzina, la Stella, rappresentata da una donna che si spoglia delle vesti e mette le ginocchia a terra riversando l’acqua dalle brocche a simboleggiare la liberazione dal pensiero dogmatico. Nello studio delle stelle l’uomo carpisce i segreti del creato, riconosce gli influssi dei pianeti e della luna e concepisce che l’esistenza è dono del sole, unico vero dispensatore di vita. Lo spirito ha realizzato se stesso e uscendo dalla tomba risveglia l’Adamo e l’Eva, a rappresentazione dell’umanità intera. Quando l’umanità intera avrà questo risveglio, il mondo sarà nella piena realizzazione di se stesso; allora non il dogma, ma la saggezza e la verità regneranno su di esso.

Indagine comparativa


La chiave interpretativa dei Tarocchi ci dà ora la possibilità di tracciare un pensiero ben preciso, addirittura un progetto di rinascita per l’uomo e per il mondo: cosa sicuramente ambiziosa. Questo mi fece da subito sperare nella possibilità di rintracciare la figura che ispirò tale schema. Partendo da alcune considerazioni storiche facilmente riscontrabili, prima fra tutte che i Tarocchi sono nati nell’Italia settentrionale del XV secolo, si può supporre che in quell’epoca il pensiero espresso nei Tarocchi non fosse cosa comune, ma piuttosto espressione di un vero sapiente-filosofo, probabilmente un iniziato ai grandi misteri, il quale, se avesse espresso liberamente tali idee, sarebbe stato tacciato di eresia. Si era creata nella mia mente l’immagine di un personaggio sopra le righe, un personaggio non comune, che non poteva passare inosservato. Per l’indagine era necessario fissare alcuni punti precisi: primo, trovare la data in cui fu creata la serie di carte con le caratteristiche che ho riscontrato nei Marsigliesi; secondo, delimitare il luogo dove questo avvenne; terzo, chi nel luogo e nel tempo poteva calzare la forma mentis riscontrabile nello schema. Gli storici hanno stabilito che i Marsigliesi non sono un mazzo originale, ma furono sicuramente copiati da Tarocchi molto più antichi. Oggi indicano con certezza assoluta il mazzo di Trionfi milanesi soprannominati “Visconti-Sforza”, miniato da Bonifacio Bembo. Questo mazzo non è il primo della storia di Milano, ma è l’unico che corrisponde allo schema. Altri due mazzi più antichi, arrivati fino ai nostri giorni, anche se molto incompleti, ci danno l’opportunità di riconoscere le figure matrici del “Visconti-Svorza”. Questo fa supporre che i Tarocchi non nacquero come opera compiuta, ma subirono vari rimaneggiamenti prima di trovare la loro forma definitiva nel V-S. Lo stesso mazzo V-S non è opera di una sola mano, poiché è ben visibile lo stile di un altro pittore oltre al Bembo. Gli storici non ci sanno dire se le carte furono sostituite perché perse, o integrate per completare il mazzo. Personalmente propendo per la seconda ipotesi. Nei primi anni del 1400 non esistevano solo mazzi standard; per movimentare e variare il gioco s’inventava di tutto. Filippo Maria Visconti commissionò lo studio di un mazzo mitologico, “il mazzo degli dèi”, al suo anziano precettore e consigliere Marziano da Tortona. Alle classiche carte numerali, invece delle consuete 16 carte di corte, si sostituirono queste carte, con 16 di divinità. Molto probabilmente i Tarocchi vedono il loro progenitore in questo mazzo di carte. Una storia non documentata narra che Visconti commissionò “il mazzo degli Dei” per il figlio che stava attendendo, ma nacque una figlia, Bianca Maria Visconti. Se questa storia è vera, è probabile che si sia deciso di rielaborare il mazzo con figure più consone a una fanciulla. Infatti uno dei mazzi viscontei pervenutoci ha tre carte particolari, le virtù teologiche di Fede, Speranza e Carità, figure sicuramente più femminili e consone all’istruzione di una ragazza. Del mazzo degli Dei si è ritrovato solo il libretto d’istruzioni per il gioco. Gli storici hanno così pensato che le carte siano state perse, ma, come dicevo, se la storia del figlio è vera, è plausibile che il primo mazzo non sia mai stato realizzato, e invece da subito si sia elaborato uno dei mazzi Viscontei che conosciamo. Sappiamo che i due mazzi precedenti al V-S non avevano le figure astrali di Stella_Luna_Sole fondamentali per lo schema. Queste furono introdotte a Ferrara. Quindi siamo tra Milano e Ferrara, fra la prima e la seconda metà del XV secolo e ci chiediamo chi in quest’ambiente e in questo tempo, potesse avere delle idee corrispondenti a ciò che ci racconta lo schema. Dallo studio di svariate opere letterarie italiane medievali scaturiscono molti spunti interessanti. L’individuazione di un autore come il Petrarca “in primis”, che compone un poema sui Trionfi: trionfi com’erano chiamate queste particolari carte prima di prendere il nome di Tarocchi. Il poema tratta di una specie di visione composta in terza rima. Il testo è diviso in sei capitoli, ciascuno dedicato a un trionfo, e vuole rappresentare in chiave allegorica la vita umana, dalla lotta contro le passioni alla consapevolezza della fugacità delle cose terrene, alla finale vittoria dell'Eternità. La struttura del poemetto è la seguente: 1 Il Trionfo d'Amore, 2 Il Trionfo della Pudicizia, 3 Il Trionfo della Morte, 4 Il Trionfo della Fama, 5 Il Trionfo del Tempo, 6 Il Trionfo dell'Eternità. Indubbiamente ci sono molte assonanze con la nostra ipotesi schematica, ma Petrarca morì nel 1374, troppo in anticipo sull’epoca della nostra indagine e fra l’altro, per quanto ne sappiamo, ancor prima che il fenomeno delle carte da gioco si diffondesse in Europa. Rimane la possibilità che qualcuno, ispirandosi a quest’opera, in seguito abbia elaborato lo schema, ma non ho trovato sufficienti riscontri per continuare l’indagine. Il mio secondo indiziato è Matteo Boiardo, ma il suo componimento sui Trionfi è troppo tardo, quando già i Tarocchi avevano assunto la struttura dello schema e in più nel componimento non si trovano analogie al pensiero che stiamo indagando. Il terzo fu Marsilio Ficino, figura molto interessante per la nostra ricerca. Cosimo de' Medici gli donò un codice platonico e una villa a Careggi, che diverrà nel 1459 sede dell'Accademia Platonica, fondata dallo stesso Ficino per volere di Cosimo, con il compito di studiare e tradurre le opere di Platone e dei platonici. Secondo Ficino, esisterebbe una concorde e antica tradizione teologica, una priscae theologiae undique sibi consona secta, che nasce con Ermete e si conclude con Platone e che si propone di sottrarre l'anima dagli inganni dei sensi e della fantasia, per portarla alla mente; questa percepisce la verità, l'ordine di tutte le cose, sia esistenti in Dio che emanate da Dio, grazie all'illuminazione divina, cosicché l'uomo, tornato fra i suoi simili, li rende partecipi delle verità rivelategli dalla fonte divina (divino numine revelata). Queste parole sembrano indicare in Ficino l’uomo giusto. Ci risulta che Ficino studiò a Bologna e da lì, convocato da Cosimo de Medici, si trasferì a Firenze: le altre due città prese in considerazione oltre a Milano e Ferrara per la paternità dei Tarocchi. Alcune perplessità comunque rimangono, soprattutto perché nessuno degli studiosi di filosofia ed esoterismo successivi a Ficino, da Cornelio Agrippa per arrivare a Court de Gebelin, menzionano o anche solo alludono vagamente ad un collegamento con l’ermetismo di Ficino ai Tarocchi. Inoltre anche la corrispondenza delle date storiche lascia a desiderare. Molti filosofi alchimisti rinascimentali furono influenzati da questa visione Platonica. Nell’opera di Cornelio Agrippa, come in quella di Ficino, ci sono echi che riportano sicuramente alle immagini dello schema dei tarocchi. Nei primi due capitoli del libro di Agripa, intitolato La magia naturale, l’autore stabilisce l'intento dell'opera e premette che esistono tre mondi, l’Elementare, il Celeste e l'Intellettuale, investigati rispettivamente da tre scienze, la Fisica o Magia naturale - che svela l'essenza delle cose terrene - la Matematica o Magia celeste - che fa comprendere il moto dei corpi celesti - e la Teologia o Magia cerimoniale - che fa comprendere <>.
Nel rinascimento il Platonismo e l’importanza data ai numeri, specie il tre, considerato il numero perfetto e il quattro, il numero degli elementi, sono alla base del pensiero ermetico. Dalla musica in terzine, alla pittura (esempio fra i tanti “la primavera” del Botticelli, fig. 5),
si può riscontrare il tre per tre, come nella seconda parte dello schema. Ma il filone di pensiero deriva direttamente dal corpus di opere tradotte da Ficino stesso. Studiando in maniera più approfondita Ficino, si scopre che l’autore, invaghitosi delle opere di Psello e del libro Picatrix, si allontana dai concetti Platonici per avvicinarsi maggiormente alla magia talismanica, cosa che a mio avviso lo distanzia dalla visione descritta nei Tarocchi. Comunque, continuando a indagare la sua figura, scopro che Cosimo de Medici concepì l’idea di un’università di stampo Platonico, sull’onda dell’entusiasmo provocato dall’ascolto dei discorsi di un Bizantino, al concilio di Ferrara-Firenza svoltosi fra il 1438 e il 1439: Giorgio Gemisto, cui proprio per l’autorevolezza, la loquacia, la sagacia e l’intelligenza fu dato il sopranome di “Pletone”, il nuovo Platone. Di Pletone ci rimangono solo due opere scritte, “Delle differenze fra Platone e Aristotele” e “Trattato delle Virtù”, ma è bastato leggere poche righe di quest’ultima per capire che era la persona giusta, arrivata nel posto giusto al momento giusto.
A caccia d’indizi


Il 4 marzo del 1438 fece il suo ingresso dalla porta di San Biagio a Ferrara l'imperatore Bizantino Giovanni VIII Paleologo. Al suo seguito c'era una folta schiera di eruditi (quasi 700).
La convocazione a Ferrara si doveva al tentativo di riconciliazione fra la Chiesa d'occidente con quella d'oriente. Il concilio terminò l'anno seguente a Firenze (dove si era trasferito a causa di un'epidemia di peste scoppiata a Ferrara), con un nulla di fatto o perlomeno scarsissimi risultati, tanto che gli storici lo ricordano solo a grandi linee per l'esigua importanza avuta nella storia della Chiesa. Tutt'altro parere invece ci è fornito dall’analisi della nascita del pensiero umanista, pensiero che segna la divisione fra Medioevo e Rinascimento. Qui il riconoscimento a questo evento e in particolare alla figura di Giorgio Gemisto diviene di grande importanza. Il Bizantino Pletone, al termine del concilio, si dice sia tornato a Mistrà, dove morirà nel 1452; ma fonti non ufficiali danno per certo che Pletone rimase in Italia altri due anni, ospite a Rimini di Sigismondo Malatesta. Non ci sono prove, ma ciò sembra molto plausibile vista l’importanza che Malatesta attribuirà a questa figura, tanto da riedificare la chiesa di San Francesco, trasformandola in quello che il Papa Pio II Piccolomini definì Tempio Pagano, conosciuto oggi come Duomo di Rimini o Tempio Malatestiano. In seguito Malatesta intraprese una crociata in Morea, per riportare la salma di Gemisto e tumularla in un sarcofago sulla facciata esterna del Tempio, come compimento dell’opera, con l’effige in latino:
"Philosophor[um] sua tem[estate] principis" ovvero "Principe dei filosofi del suo tempo (Fig. 7).


Sigismondo era direttamente imparentato con gli imperatori Paleologo, tramite la cugina Cleopa che fu a Mistrà allieva dello stesso Pletone. Era imparentato con i Visconti e con gli Estensi. Seguendo questa traccia, a differenza delle altre, molti indizi iniziarono a confermare la tesi: Sigismondo Malatesta compare in uno dei documenti ufficiali che riguardano i Tarocchi. Nel 1451 Bianca Maria Visconti scriveva al marito Francesco Sforza di inviare a Sigismondo Malatesta un mazzo di “quelle carte di trionfi che se ne fanno a Cremona”. Nel palazzo Medici di Firenze, nella Cappella dei Magi, Benozzo Gozzoli cattura in uno dei dipinti l’immagine di un anziano barbuto identificato in Giorgio Gemisto che guarda nella direzione di un giovane Sigismondo Malatesta (Fig. 6).




Nei Tarocchi Ferraresi c’è una particolarità nella carta della forza: non vi troviamo Ercole con la clava che abbatte il leone (V-S) o la donna che ne apre le fauci (Marsigliesi), ma una donna seduta con una colonna spezzata fra le mani; e una figura molto simile la troviamo su una moneta coniata dal Pisaniello per Malatesta nel 1446 (Fig. 8).




















Da qui gli indizi cominciano ad accumularsi. Attualmente Silvia Ronchey nel suo libro “L’enigma di Piero”, ci spiega che la chiave per interpretare il famoso quadro di Piero della Francesca è rappresentata dalle “pappucce rosse” calzate da Ponzio Pilato (Fig. 9). Le “pappucce rosse” farebbero identificare questa figura non tanto Ponzio Pilato, ma piuttosto Giovanni VIII Paleologo, imperatore di Bisanzio all’epoca del concilio Ferrarese. Queste “pappucce”, essendo l’emblema identificativo degli imperatori Bizantini, diventano di estrema rilevanza anche per la nostra indagine. Nel V-S su cui stiamo indagando, nella carta dell’imperato compaiono delle “pappucce rosse” ben visibili (Fig. 10), che nei tarocchi più antichi non venivano raffigurate. Seguendo la traccia bizantina si potranno spiegare anche altre anomalie in diversi mazzi di carte; ad esempio nel mazzo conosciuto come “del Mantegna” che si pensa commissionato per il concilio di Modena del 1459. Concilio che fu convocato con l’intento di far partire una crociata per Bisanzio caduta in mano turca nel 1453. Nella carta dell’imperatore vi è raffigurato il medesimo imperatore con la testa china e un’aquila appollaiata a terra: questa potrebbe leggersi come la rassegnazione dopo la caduta di Bisanzio (Fig. 11).

Concludendo I Tarocchi, come molti esoteristi avevano intuito, sono davvero un antico libro iniziatico e probabilmente un progetto politico, ma nessuno si alzò una mattina e ideò da solo tutto questo. Piuttosto fu la conseguenza di svariati avvenimenti concatenati fra loro. Penso che i Tarocchi nascano dal fortuito incontro di una moda con un geniale filosofo. Quando Gemisto arrivò in Italia, a Ferrara dilagava la moda delle carte miniate. I mazzi erano svariati, ma il modello visconteo, che era nato da un progetto educativo con precetti sulla morale per la figlia Bianca Maria, fu visto da Gemisto o da qualche suo iniziato come l’opportunità di esprimere il proprio pensiero al di là di qualsiasi censura. Pletone, mistico, filosofo e considerato dal cardinale Bessarione ultimo dei grandi iniziati. A lui sicuramente dobbiamo l’ispirazione di quest’opera immaginativa. Riporto l’inno al sole recitato da Pletone, perché rappresenta perfettamente la carta numero 19 dei V-S (Fig. 12):




« Apollo re, tu che regoli e governi tutte le cose nella loro identità, tu che unifichi tutti gli esseri, tu che armonizzi questo vasto universo così vario e molteplice, o Sole, Signore del nostro cielo, sii a noi propizio. »





Stefbazzi@gmail.com


martedì 10 marzo 2009

Le Mille teorie.

Aggiungiamo alla lista l'ennesima conferma che i Tarocchi hanno origini nel nord Italia, ma dire che la chiave dei Tarocchi sta nella Bibbia è un'altra svista (per svista intendo il non vedere ciò che si ha sotto gli occhi).
Giordano Berti, in questo articolo di Fenix (la nuova rivista di Adriano Forgione prima direttore di Hera), sostiene di aver trovato la chiave dei Tarocchi in passi della Bibbia.
Come abbiamo già visto nella ricostruzione fatta in precedenti post, i Tarocchi sono figure assolutamente normali nel medioevo, tanto che immagini simili si possono facilmente trovare in dipinti e statue sparse un po' per tutta l'Italia.
Nel già citato libro "La nave dei folli" molte delle immagini dei Tarocchi, abbiamo visto che venivano usate per una didattica morale. Evidentemente in un mondo di analfabeti era più semplice usare immagini per fare prediche, comunque sono d'accordo con Berti che le immagini senza ombra di dubbio, abbiano la loro matrice nel cattolicesimo del XV secolo, ma non che questa sia la loro chiave interpretativa; piuttosto il cavallo di Troia che ha trasportato il messaggio eretico dei Tarocchi fino ai nostri giorni.

martedì 16 settembre 2008

Cap.8 La flagellazione di Cristo

Silvia Ronchey, docente di Civiltà bizantina all'Università di Siena, nel suo libro "l'enigma di Piero" sostiene che per interpretare correttamente questo quadro dobbiamo partire dalle "pappucce rosse" calzate da Ponzio Pilato. Questo particolare riporterebbe il quadro di Piero della Francesca nel giusto contesto, cioè: non alla vera flagellazione di Cristo e nemmeno alla supposizione che il quadro rappresenti la congiura contro Oddantonio II, ma a quella che tutti nel XV secolo sapevano essere la metafora della flagellazione di Costantinopoli sotto l'assedio Turco da parte di Murad II.

Interpretazione di Silvia Ronchey

articolo tratto da Wikipedia.org rif: http://it.wikipedia.org/wiki/Flagellazione_di_Cristo_(Piero_della_Francesca)

Per Silvia Ronchey e altri studiosi la tavola raffigurerebbe il messaggio politico di Giovanni Bessarione, il delegato bizantino che aprì il Concilio di Ferrara e Firenze del 1438 - 1439, per la riunificazione delle chiese orientali e occidentali. Il Cristo flagellato rappresenterebbe tanto la lontana Costantinopoli, che allora era assediata dagli ottomani, quanto in senso più ampio la cristianità intera.

A sinistra, la figura con turbante che assiste alla scena, sarebbe il sultano turco, ossia Murad II, mentre in Ponzio Pilato si dovrebbe identificare l'Imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo seduto, con calzature color porpora, che solo gli Imperatori bizantini potevano portare in tutto l'Impero bizantino, era come un loro simbolo Imperiale, che proveniva dalla sfarzosità della porpora, colore molto costoso nell'antichità. Le tre figure sulla destra rappresenterebbero da sinistra, Bessarione, il fratello dell'Imperatore bizantino, Tommaso Paleologo (scalzo perché ancora non imperatore e quindi non poteva indossare i calzari di porpora dei Basileus) e Niccolò III d'Este, padrone di casa del concilio. Quando Piero della Francesca dipinse la tavola erano passati 20 anni dai fatti del concilio e Costantinopoli era stata presa dagli ottomani, nel 1453. Papa Pio II Piccolomini su suggerimento del Bessarione allora aveva promosso una crociata, al cui appello però risposero ben pochi. Ecco, la tavola di Piero della Francesca ritrarrebbe esattamente il momento di discussione di questo secondo intervento, storicamente avvenuto in occasione di una riunione chiamata Concilio di Mantova (ecco un possibile senso per la frase convenerunt in unum). Oltre al messaggio religioso egli rappresenta un tema politico attuale nell'ambiente romano dove la tavola venne probabilmente dipinta, come una specie di manifesto del ricongiungimento fra Roma e Costantinopoli, collegandosi ad altre opere, prime fra tutte la Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi a Firenze.

Calzature color porpora, che distinguevano gli Imperatori bizantini dagli occidentali. Questo è un particolare che ritroviamo anche nei tarocchi "Visonti Sforza" attribuiti a Bonifacio Bembo, lo stesso pittore che lavorava nella bottega Cremonese dei Bembo a cui gli sforza avevano commissionato tramite Trecchi le carte da Trionfo. In un mazzo che si pensa antecedente a questo, pertanto eseguito prima del concilio che portò i Bizantini in Italia, la carta dell' imperatore è molto diversa. Questo imperatore viene identificato in Sigismondo del lussemburgo che morì il 9 dicembre 1437 poco prima del concilio Ferrara Firenze. Osservando la carta si noterà che come l'altro imperatore porta un copricapo con lo stemma dell'aquila imperiale ha nelle mani gli stessi oggetti simbolo del potere temporale, ma non ha calzature porpora, di fatti
Sigismondo del Lussemburgo era l' imperatore d'occidente.

In questo sito si potrà constatare che tutti gli imperatori bizantini sono raffigurati con delle "pappucce rosse" e
per un ulteriore raffronto mostro anche l'Imperatore di un altro mazzo soprannominato BBV Brera-Brambilla Visconti. Anche in questo la calzatura che si vede non è di color porpora.

martedì 2 settembre 2008

Cap.7 A caccia di "Indizi"

Quando un indizio è solo un indizio?
Per
Jessica Fletcher, protagonista della serie televisiva "La signora in giallo" sembra esistere questa regola:

un indizio è solo un indizio... due indizi sono una strana coincidenza... ma tre indizi sono più che sufficienti per metterci sulle tracce di un colpevole.


Ripartiamo dal dipinto di Benozzo Gozzoli visto nel precedente post, spostiamo l'attenzione in basso a sinistra, solo a una paio di teste dal barbuto volto di Giorgio Gemisto Pletone.
Nella direzione in cui sia Gemisto che molti dei personaggi sembrano rivolgere lo sguardo, spicca la figura di un giovane nobile identificato in Sigismondo Malatesta.
Lo stesso Sigismondo Malatesta che viene nominato in uno dei documenti ufficiali affiorati nella storia dei Tarocchi...
Nel 1451 Bianca Maria Visconti scriveva al marito Francesco Sforza di inviare a Sigismondo Malatesta un mazzo di “quelle carte di trionfi che se ne fanno a Cremona”. Tra il 1450 e il 1452 al tesoriere ducale di Cremona Antonio Trecchi gli Sforza commissionarono “carte da triumpho per zugare, de belle quanto più sarà possibile et ornate con le armi ducali et le insegne nostre”.

Ricostruire una storia a così tanta distanza di tempo, con pochissima documentazione a disposizione diventa un'impresa davvero ardua.
Da parte mia ho un'idea, scaturita dal presupposto che
"lo schema" deve averlo ispirato una persona dotata di intelligenza e conoscenze fuori dal comune e dalla lettura di svariati libri riguardanti la storia medioevale, sono arrivato a sospettare che questa persona potesse essere Giorgio Gemisto.

Primo: perché dalle cronache riportate viene descritto come il più grande dei Filosofi di quel tempo, tanto da ispirare Cosimo de Medici a fondare un'università in suo onore; addirittura considerato alla pari di Platone dal quale appunto prende lo pseudonimo Pletone.
Più studiosi gli attribuiscono, proprio per il fatto che fu di grande ispirazione a molti umanisti rinascimentali, il merito di essere il precursore del Rinascimento Italiano.


Secondo:
perché corrisponde il luogo ed il tempo in cui comparve il primo mazzo di Trionfi con le caratteristiche che sono arrivate fino ai nostri giorni.
Pletone
arrivò in Italia e più precisamente a Ferrara nel 1438, gli studiosi collocano la composizione definitiva dei tarocchi con le 22 carte che corrispondono alle attuali Marsigliesi fra il 1441 - 51 ad opera di pittori del nord Italia, (il mazzo Visconti-Sforza attribuito a Bonifacio Bembo) esattamente dopo il passaggio di Gemisto in Italia. (coincidenza?)
Altra coincidenza: sembra che Pletone non ritornò a Costantinopoli con la delegazione Bizantina nel 1439, quando si concluse il concilio, ma rimase in Italia probabilmente ospite di Sigismondo Malatesta per altri due anni. Voglio far notare che questo potrebbe essere più che plausibile, Malatesta era imparentato con i Paleologo, imperatori di Bisanzio, tramite la cugina Cleopa, che fu a Mistra allieva dello stesso Gemisto. Sembra che lo stesso Sigismondo divenne un devoto discepolo di Gemisto e la prova più lampante è la riedificazione della chiesa di San Francesco a Rimini, che dal papa Pio II fu definita Tempio Pagano e scomunicata. Altra cosa a conferma di ciò, Sigismondo prima di morire intraprese una crociata in Morea con l'intento di riportare i resti di Pletone, per poi deporli in un sarcofago centrale all'esterno dello stesso Tempio. (non poche come coincidenze)
Terzo: perché leggendo le poche cose rimaste del pensiero di Gemisto (il discorso sulle differenze fra Platone ed Aristotele, e soprattuto il Trattato delle virtù) le trovo molto attinenti allo schema. Per ultimo, banalmente, perché non ho trovato altri candidati che nell'epoca e nei luoghi designati potessero calzare meglio questo ruolo.
Ciò nonostante rimango aperto alla possibilità di sbagliarmi, anche se, più continuo la ricerca e più emergano indizi puntuali e precisi a conferma della giusta direzione.
Quella che inizialmente sembrava una fantasia, sorretta da un'impalcatura un po' vacillante, è diventata incredibilmente stabile nel confronto con la scoperta di Silvia Ronchey. L'enigma di Piero libro pubblicato nel 2006 per le edizioni Bur è una impeccabile ricerca storica, scaturita dall'interpretazione di un enigmatico quadro di Piero della Francesca. La Ronchey, nel suo libro ricostruisce completamente lo scenario che fa da cornice anche alla storia dei Tarocchi. Più precisamente, in quel quadro la Dott.ssa Ronchey vede un progetto politico atto a salvare quel che rimane del grande Impero Bizantino caduto sotto i turchi il 29 maggio 1453 (collegamento audio).
Nei Tarocchi, oltre che, vedere la costruzione di un percorso di conoscenza del se; oggi la New Age lo definirebbe percorso per l' illuminazione; si può riscontrare lo stesso progetto descritto dalla Ronchey, dove nell'ultima carta "il mondo" vi è rappresentato un mondo ideale, come avrebbe detto Gemisto, fondato sulla verità e non più sulla dogmatica appartenenza a un credo.

lunedì 25 agosto 2008

Cap.6 Cercavo un uomo ed ho trovato un esercito, lo cercavo in una città e l'ho trovato in un impero

Vi siete mai chiesti che cosa fa cambiare il mondo degli uomini, le nostre storie e le nostre vite?
Non sono i soldi, non è il potere, non sono le armi e nemmeno l'amore; sono le idee. Mosè, Zoroastro, Gesù, Maometto, Buddha; non il loro potere ma le loro idee hanno fatto cambiare il mondo. le idee possono far cambiare la Storia "in meglio o in peggio".
Le idee possono essere consce o inconsce, spontanee o indotte. Quando un'idea è "coscientemente indotta" da parte di altre persone viene definita "credo". Religione, sta per "religere", relegare, confinare... in un dogma. Dogma letteralmente significa "credo che".
La storia della "Torre di Babele" metaforicamente è assolutamente vera, ad un certo punto l'uomo ha dimenticato il "Vero nome" delle cose, ha perso la capacità di riconoscere il "vero significato delle parole".
Quando è che "Fede"... (La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Ebrei 11,1) una parola che dovrebbe aprire le porte a quello che è oltre, è diventata invece la gabbia in cui si rinchiudono i fedeli?
Per fede ci si esalta o si soffre, per fede si uccide, per fede si muore; la fede Relegata porta a scontrarsi con altre fedi, anch'esse relegate.
Non è questa la funzione della fede.
Archetipo: lo studio degli archetipi è lo studio dell'origine di una funzione, di un modello, la forma preesistente e primitiva di un pensiero. Chi ispirò lo schema nei Tarocchi conosceva questo, e vedeva nelle "credenze" lo smarrirsi della ricerca, non solo quella religiosa ma anche la credenza atea o scientifica si era dimenticata l'idea originale, così che perso il vero concetto di "Fede" si rinchiusero in se stesse.
Quando analizzeremo nei dettagli lo schema ritroveremo questo pensiero, ed è da questo pensiero, che preso come indizio, ho tracciato la ricerca del nostro "uomo non comune". Un uomo veramente ispirato, che tramite la sua conoscenza aveva l'aspirazione di risvegliare nelle coscenze l'idea di un mondo migliore, un mondo in cui, superata ogni stupidità delle credenze si potesse unificare sotto la bandiera della verità.


Da “Occidente Segreto” di Jay Kinney.
Per farci un'idea della forma mentis di chi ha creato gli Aracani maggiori possiamo rivolgerci a opere come Filosofia della magia naturale (nota anche come De occulta philosophia) di Cornelio Agrippa, composta nel 1530. Vale la pena riportare a questo proposito il commento di Tim O'Neill: «[I maghi del Rinascimento] non solo parlavano letteralmente una lingua diversa, ma avevano una visione del mondo affatto diversa da quella di oggi».
ed aggiunge:
Da uomo del Rinascimento, Agrippa descrive la sua opera come una «dottrina dell'antichità, che nessuno, oserei dire, ha fin qui tentato di ricostruire». Sono convinto che gli Arcani maggiori o grandi Trionfi facciano parte dello stesso scenario, nel modo meno consapevole tipico di un secolo anteriore. Nella seconda metà del Trecento qualcuno, a Ferrara o altrove, stava cercando di rappresentare il mondo in un mazzo di carte un mondo fatto di linguaggio, di simboli, di frammenti di cristianesimo, neoplatonismo e credenze popolari. Probabilmente questo "qualcuno" era un laico o magari un chierico di mondo, capace di leggere l'universo in chiave filosofica e letteraria, consapevole dell'allegoria, non empio ma neanche ortodosso alla maniera medievale.
In qualche modo - e questo è un altro autentico mistero - i grandi Trionfi si mescolarono con gli Arcani minori, sfociando in Europa in una divisione quadruplice (anche se alcuni mazzi non europei hanno cinque semi, per esempio). Questa divisione quadruplice rifletteva l'antichissima divisione indoeuropea della società in sacerdoti, guerrieri aristocratici e contadini/pastori, a cui si aggiungeva la nuova classe dei mercanti. Nel linguaggio dei Tarocchi moderni, spade (aristocratici), coppe (sacerdoti), bastoni (agricoltori) e denari (mercanti).
Certamente gli Arcani maggiori costituiscono il cuore dei Tarocchi, e credo che un loro esame più approfondito all'interno del contesto dell'ermetismo tardomedievale o rinascimentale sarebbe illuminante. Non serve andare a cercare stanze immaginarie sotto la sfinge di Gaza: ci sono già abbastanza misteri sotto i nostri occhi. (tratto da “occidente segreto pag.120-121)
il 4 marzo del 1438 fece il suo ingrasso dalla porta di San Biagio a Ferrara l'imperatore Bizantino Giovanni VIII Paleologo, al suo seguito c'era una folta schiera di eruditi (quasi 700).
La convocazione a Ferrara si doveva al tentativo di riconciliazione fra la chiesa d'occidente con quella d'oriente, o meglio la chiesa di Roma con la chiesa Bizantina di Costantinopoli. Il concilio, terminò l'anno seguente a Firenze (dove si era spostato a causa di un'epidemia di peste scoppiata a Ferrara), con un nulla di fatto o perlomeno scarsissimi risultate, tanto che gli storici lo ricordano solo a grandi linee per l'esigua importanza avuta nella storia della chiesa. Tutt'altro parere invece ci viene fornito da un' ambito storico più particolare, quello della magia.

In un libro sulla storia della Magia "L'elisir e la Pietra" di Michael Baigent e Richard Leigh leggiamo:
Ma se il concilio di Firenze fece ben poco per l'unità dei cristiani, ebbe enormi conseguenze d'altro genere. Per sostenere la causa della Chiesa ortodossa, l'imperatore si era fatto accompagnare da più di 650 eruditi ed ecclesiastici, i quali, prevedendo di dover fare numerose citazioni da testi importanti, avevano portato con sé un gran numero di manoscritti originali in lingua greca. Non si trattava solo di testi biblici o cristiani e alcuni erano per giunta ancora sconosciuti in Occidente. Fra questi i più interessanti erano probabilmente le opere di Platone, del quale gli eruditi occidentali conoscevano principalmente il "Timeo".
Uno degli eruditi più eminenti al seguito dell'imperatore bizantino era Giorgio Gemisto il quale, durante il concilio, adottò lo pseudonimo di "Pletone"(vedi anche: saz. Per approfondire "I misteri di Pletone"). In passato si era distinto nell'insegnamento filosofico a Mistra, la terza città dell'impero, situata nel Peloponneso vicino al luogo in cui sorgeva l'antica Sparta. A parte il nome, Pletone era un filosofo "pagano", professava il sincretismo e in particolare il neoplatonismo, diffusosi ad Alessandria all'alba dell'era cristiana, e avversava il cristianesimo. Disconosceva Aristotele, icona filosofica per tanti teologi cristiani, e sognava di ridare vitalità e dinamismo alla tradizione pagana e all'antica Accademia Ateniese.
La legge bizantina prevedeva la pena di morte per quei cristiani che fossero tornati al pensiero o alla pratica pagana. Di conseguenza, Pletone fu obbligato a tenere per sé le proprie convinzioni e a confidarle solo a un gruppo limitato di iniziati fra i suoi pupilli di Mistra. Pletone sosteneva il primato dell'insegnamento orale, ricordando che sia Pitagora sia Platone preferivano la parola detta a quella scritta. Il concilio di Firenze rappresentò per lui una tribuna eccezionale e la sua permanenza nella città era destinata a provocare qualcosa di paragonabile a una reazione chimica, che avrebbe trasformato radicalmente, grazie a una reciproca influenza, sia l'uomo sia il luogo.
Negli anni precedenti il concilio, Firenze era diventata un centro di studi fra i più diversi. La cultura secolare aveva trovato un ambiente in cui svilupparsi, libera da coercizioni ecclesiastiche e affrancata dai sensi di colpa istillati dalla dottrina della Chiesa. Alla dignità e all'importanza dell'uomo veniva dato un rilievo fino ad allora impensabile, e l'espressione "studia humanitatis" era divenuta ormai ricorrente. Firenze era diventata la culla, del pensiero e della tradizione umanistica.
Parallelamente alla fioritura dell'umanesimo, si sviluppò una reazione contro Aristotele. I semi erano stati piantati un secolo prima, quando Petrarca aveva studiato la lingua greca e magnificato Platone. Benché poco si conoscesse della sua opera, almeno da parte del pubblico secolare, Platone fu subito accolto con entusiasmo dai pupilli e dai discepoli di Petrarca. All'epoca del concilio di Firenze, la filosofia platonica, nonostante i pochi testi disponibili, era ormai radicata in città come lo era l'umanesimo.
Si può immaginare con quale soddisfazione Pletone, costretto fino ad allora a tenere segreti i suoi interessi, si immerse in questo ambiente rigenerante, privo di censure e restrizioni. Si beò della sua nuova libertà intellettuale e non essendo obbligato a partecipare a tutte le sessioni del concilio poté frequentare a suo piacimento gli umanisti fiorentini.
Al termine del suo soggiorno in città, Pletone aveva abbandonato ogni finzione nei riguardi della fede cristiana e, almeno in una cerchia riservata, aveva espresso le sue reali convinzioni. Ripudiata la dottrina cristiana, Pletone abbracciò esplicitamente le dottrine che si rifacevano alle antiche scuole misteriche. Profetizzò che, entro pochi anni, tali dottrine si sarebbero diffuse in tutto il mondo, avrebbero soppiantato tutte le altre fedi e promosso l'unità del genere umano. Dichiarò, di conseguenza, che "Maometto e Cristo saranno dimenticati e la verità vera splenderà su tutte le terre del mondo" [Woodhouse, George Gemistos Plethon, pag. 168]. La forza dirompente di questa affermazione è impressionante, in quanto Pletone non si limita a dire che il cristianesimo e l'Islam rappresentano due varianti di una verità assoluta; al contrario, egli afferma che sono falsificazioni della verità, e che la loro distruzione è condizione necessaria perché la verità rinasca.

Dopo questa lunga ma necessaria citazione, chiamo sul banco dei testimoni un agguerrito avversario di Pletone e testimone dei fatti; Giorgio Gennadio Scholarios.
Signor Scholarios ci dica cosa pensa del qui imputato Giorgio Gemisto detto "Pletone"?
Scholarios: "Costui…fu così preso dalle opinioni elleniche, che si curò ben poco di comprendere il cristianesimo dei padri al di là di quelle esteriorità note a tutti. E non fece come tutti i cristiani che studiano i libri ellenici per la lingua; lesse e imparò prima i poeti e poi i filosofi per seguirli. E il motivo fu questo, come apprendemmo con precisione da molti che durante la gioventù lo conoscevano bene. Avendo queste inclinazioni, è naturale che per l’abbandono della grazia divina i demoni a cui si era dato lo rendessero continuamente propenso all’errore, cosa che del resto capitò a Giuliano e a molti altri apostati. Ma giunse poi al vertice dell’apostasia attraverso un ebreo, al quale si era rivolto per le sue conoscenze delle opere di Aristotele. Era un seguace di Averroè e degli altri commentatori persiani e arabi dei libri aristotelici che i giudei avevano tradotto nella loro lingua…Si chiamava Elisseo e fu lui che lo rese quello che è."
Ascoltiamo anche Giorgio Trapezunzio di Trebisonda, contraltare nella delegazione cattolica di Gennadio Scholarios, ci informa:
" L’ho udito io stesso a Firenze – era lì per il concilio con i greci – mentre asseriva che tutto il mondo tra pochi anni avrebbe accolto una sola medesima religione con un solo animo, una sola mente e una sola predicazione e avendogli chiesto "cristiana o maomettana?", rispose "nessuna delle due, ma non differente da quella dei pagani". Sdegnato per queste parole l’ho sempre odiato e l’ho considerato una serpe velenosa, né l’ho più potuto vedere e ascoltare…L’ho visto io in persona, eh se l’ho visto levare preghiere e inni al sole, nelle quali, come creatore del tutto, lo esalta e lo adora con tanta eleganza di termini, dolcezza di composizione, sonorità di ritmo…d’altra parte dava al sole onori divini con parole talmente caute che anche i più dotti non se ne sarebbero potuti accorgere se non dopo attente e frequenti osservazioni."

Dunque, non solo un personaggio dotto e ispirato, ma anche cauto e prevenuto; già il suo caro maestro Elisseo fu vittima di persecuzione e bruciato vivo sul rogo. Pletone arrivò in Italia in un clima di fervente rinnovamento culturale e vi trovò un ambiente molto recettivo. A Ferrara, esisteva già un' Accademia, guidata da Guarino Veronese, che inizialmente aveva stodiato con Emanuele Crisolora e che aveva approfondito i suoi studi in Grecia fra il 1403 e il 1408, presso lo stesso Pletone. Questo ambiente protetto permise a Pletone di lasciarsi andare a qualche sfogo, colpendo con parole pungenti le varie dottrine e anche se i veri insegnamenti li rivelò solo a una cerchia ristretta di seguaci, ciò che disse pubblicamente lascia ben intravedere idee molto chiare sulla volontà di oltrepassare quei dogmi che impedivano la realizzazione di un "Mondo ideale".

Ecco il motivo che porta a vedere in lui l'imputato più probabile, motivato e capace a celare in un mazzo di figure usuali un insegnamento così eretico.