lunedì 25 agosto 2008

Cap.6 Cercavo un uomo ed ho trovato un esercito, lo cercavo in una città e l'ho trovato in un impero

Vi siete mai chiesti che cosa fa cambiare il mondo degli uomini, le nostre storie e le nostre vite?
Non sono i soldi, non è il potere, non sono le armi e nemmeno l'amore; sono le idee. Mosè, Zoroastro, Gesù, Maometto, Buddha; non il loro potere ma le loro idee hanno fatto cambiare il mondo. le idee possono far cambiare la Storia "in meglio o in peggio".
Le idee possono essere consce o inconsce, spontanee o indotte. Quando un'idea è "coscientemente indotta" da parte di altre persone viene definita "credo". Religione, sta per "religere", relegare, confinare... in un dogma. Dogma letteralmente significa "credo che".
La storia della "Torre di Babele" metaforicamente è assolutamente vera, ad un certo punto l'uomo ha dimenticato il "Vero nome" delle cose, ha perso la capacità di riconoscere il "vero significato delle parole".
Quando è che "Fede"... (La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Ebrei 11,1) una parola che dovrebbe aprire le porte a quello che è oltre, è diventata invece la gabbia in cui si rinchiudono i fedeli?
Per fede ci si esalta o si soffre, per fede si uccide, per fede si muore; la fede Relegata porta a scontrarsi con altre fedi, anch'esse relegate.
Non è questa la funzione della fede.
Archetipo: lo studio degli archetipi è lo studio dell'origine di una funzione, di un modello, la forma preesistente e primitiva di un pensiero. Chi ispirò lo schema nei Tarocchi conosceva questo, e vedeva nelle "credenze" lo smarrirsi della ricerca, non solo quella religiosa ma anche la credenza atea o scientifica si era dimenticata l'idea originale, così che perso il vero concetto di "Fede" si rinchiusero in se stesse.
Quando analizzeremo nei dettagli lo schema ritroveremo questo pensiero, ed è da questo pensiero, che preso come indizio, ho tracciato la ricerca del nostro "uomo non comune". Un uomo veramente ispirato, che tramite la sua conoscenza aveva l'aspirazione di risvegliare nelle coscenze l'idea di un mondo migliore, un mondo in cui, superata ogni stupidità delle credenze si potesse unificare sotto la bandiera della verità.


Da “Occidente Segreto” di Jay Kinney.
Per farci un'idea della forma mentis di chi ha creato gli Aracani maggiori possiamo rivolgerci a opere come Filosofia della magia naturale (nota anche come De occulta philosophia) di Cornelio Agrippa, composta nel 1530. Vale la pena riportare a questo proposito il commento di Tim O'Neill: «[I maghi del Rinascimento] non solo parlavano letteralmente una lingua diversa, ma avevano una visione del mondo affatto diversa da quella di oggi».
ed aggiunge:
Da uomo del Rinascimento, Agrippa descrive la sua opera come una «dottrina dell'antichità, che nessuno, oserei dire, ha fin qui tentato di ricostruire». Sono convinto che gli Arcani maggiori o grandi Trionfi facciano parte dello stesso scenario, nel modo meno consapevole tipico di un secolo anteriore. Nella seconda metà del Trecento qualcuno, a Ferrara o altrove, stava cercando di rappresentare il mondo in un mazzo di carte un mondo fatto di linguaggio, di simboli, di frammenti di cristianesimo, neoplatonismo e credenze popolari. Probabilmente questo "qualcuno" era un laico o magari un chierico di mondo, capace di leggere l'universo in chiave filosofica e letteraria, consapevole dell'allegoria, non empio ma neanche ortodosso alla maniera medievale.
In qualche modo - e questo è un altro autentico mistero - i grandi Trionfi si mescolarono con gli Arcani minori, sfociando in Europa in una divisione quadruplice (anche se alcuni mazzi non europei hanno cinque semi, per esempio). Questa divisione quadruplice rifletteva l'antichissima divisione indoeuropea della società in sacerdoti, guerrieri aristocratici e contadini/pastori, a cui si aggiungeva la nuova classe dei mercanti. Nel linguaggio dei Tarocchi moderni, spade (aristocratici), coppe (sacerdoti), bastoni (agricoltori) e denari (mercanti).
Certamente gli Arcani maggiori costituiscono il cuore dei Tarocchi, e credo che un loro esame più approfondito all'interno del contesto dell'ermetismo tardomedievale o rinascimentale sarebbe illuminante. Non serve andare a cercare stanze immaginarie sotto la sfinge di Gaza: ci sono già abbastanza misteri sotto i nostri occhi. (tratto da “occidente segreto pag.120-121)
il 4 marzo del 1438 fece il suo ingrasso dalla porta di San Biagio a Ferrara l'imperatore Bizantino Giovanni VIII Paleologo, al suo seguito c'era una folta schiera di eruditi (quasi 700).
La convocazione a Ferrara si doveva al tentativo di riconciliazione fra la chiesa d'occidente con quella d'oriente, o meglio la chiesa di Roma con la chiesa Bizantina di Costantinopoli. Il concilio, terminò l'anno seguente a Firenze (dove si era spostato a causa di un'epidemia di peste scoppiata a Ferrara), con un nulla di fatto o perlomeno scarsissimi risultate, tanto che gli storici lo ricordano solo a grandi linee per l'esigua importanza avuta nella storia della chiesa. Tutt'altro parere invece ci viene fornito da un' ambito storico più particolare, quello della magia.

In un libro sulla storia della Magia "L'elisir e la Pietra" di Michael Baigent e Richard Leigh leggiamo:
Ma se il concilio di Firenze fece ben poco per l'unità dei cristiani, ebbe enormi conseguenze d'altro genere. Per sostenere la causa della Chiesa ortodossa, l'imperatore si era fatto accompagnare da più di 650 eruditi ed ecclesiastici, i quali, prevedendo di dover fare numerose citazioni da testi importanti, avevano portato con sé un gran numero di manoscritti originali in lingua greca. Non si trattava solo di testi biblici o cristiani e alcuni erano per giunta ancora sconosciuti in Occidente. Fra questi i più interessanti erano probabilmente le opere di Platone, del quale gli eruditi occidentali conoscevano principalmente il "Timeo".
Uno degli eruditi più eminenti al seguito dell'imperatore bizantino era Giorgio Gemisto il quale, durante il concilio, adottò lo pseudonimo di "Pletone"(vedi anche: saz. Per approfondire "I misteri di Pletone"). In passato si era distinto nell'insegnamento filosofico a Mistra, la terza città dell'impero, situata nel Peloponneso vicino al luogo in cui sorgeva l'antica Sparta. A parte il nome, Pletone era un filosofo "pagano", professava il sincretismo e in particolare il neoplatonismo, diffusosi ad Alessandria all'alba dell'era cristiana, e avversava il cristianesimo. Disconosceva Aristotele, icona filosofica per tanti teologi cristiani, e sognava di ridare vitalità e dinamismo alla tradizione pagana e all'antica Accademia Ateniese.
La legge bizantina prevedeva la pena di morte per quei cristiani che fossero tornati al pensiero o alla pratica pagana. Di conseguenza, Pletone fu obbligato a tenere per sé le proprie convinzioni e a confidarle solo a un gruppo limitato di iniziati fra i suoi pupilli di Mistra. Pletone sosteneva il primato dell'insegnamento orale, ricordando che sia Pitagora sia Platone preferivano la parola detta a quella scritta. Il concilio di Firenze rappresentò per lui una tribuna eccezionale e la sua permanenza nella città era destinata a provocare qualcosa di paragonabile a una reazione chimica, che avrebbe trasformato radicalmente, grazie a una reciproca influenza, sia l'uomo sia il luogo.
Negli anni precedenti il concilio, Firenze era diventata un centro di studi fra i più diversi. La cultura secolare aveva trovato un ambiente in cui svilupparsi, libera da coercizioni ecclesiastiche e affrancata dai sensi di colpa istillati dalla dottrina della Chiesa. Alla dignità e all'importanza dell'uomo veniva dato un rilievo fino ad allora impensabile, e l'espressione "studia humanitatis" era divenuta ormai ricorrente. Firenze era diventata la culla, del pensiero e della tradizione umanistica.
Parallelamente alla fioritura dell'umanesimo, si sviluppò una reazione contro Aristotele. I semi erano stati piantati un secolo prima, quando Petrarca aveva studiato la lingua greca e magnificato Platone. Benché poco si conoscesse della sua opera, almeno da parte del pubblico secolare, Platone fu subito accolto con entusiasmo dai pupilli e dai discepoli di Petrarca. All'epoca del concilio di Firenze, la filosofia platonica, nonostante i pochi testi disponibili, era ormai radicata in città come lo era l'umanesimo.
Si può immaginare con quale soddisfazione Pletone, costretto fino ad allora a tenere segreti i suoi interessi, si immerse in questo ambiente rigenerante, privo di censure e restrizioni. Si beò della sua nuova libertà intellettuale e non essendo obbligato a partecipare a tutte le sessioni del concilio poté frequentare a suo piacimento gli umanisti fiorentini.
Al termine del suo soggiorno in città, Pletone aveva abbandonato ogni finzione nei riguardi della fede cristiana e, almeno in una cerchia riservata, aveva espresso le sue reali convinzioni. Ripudiata la dottrina cristiana, Pletone abbracciò esplicitamente le dottrine che si rifacevano alle antiche scuole misteriche. Profetizzò che, entro pochi anni, tali dottrine si sarebbero diffuse in tutto il mondo, avrebbero soppiantato tutte le altre fedi e promosso l'unità del genere umano. Dichiarò, di conseguenza, che "Maometto e Cristo saranno dimenticati e la verità vera splenderà su tutte le terre del mondo" [Woodhouse, George Gemistos Plethon, pag. 168]. La forza dirompente di questa affermazione è impressionante, in quanto Pletone non si limita a dire che il cristianesimo e l'Islam rappresentano due varianti di una verità assoluta; al contrario, egli afferma che sono falsificazioni della verità, e che la loro distruzione è condizione necessaria perché la verità rinasca.

Dopo questa lunga ma necessaria citazione, chiamo sul banco dei testimoni un agguerrito avversario di Pletone e testimone dei fatti; Giorgio Gennadio Scholarios.
Signor Scholarios ci dica cosa pensa del qui imputato Giorgio Gemisto detto "Pletone"?
Scholarios: "Costui…fu così preso dalle opinioni elleniche, che si curò ben poco di comprendere il cristianesimo dei padri al di là di quelle esteriorità note a tutti. E non fece come tutti i cristiani che studiano i libri ellenici per la lingua; lesse e imparò prima i poeti e poi i filosofi per seguirli. E il motivo fu questo, come apprendemmo con precisione da molti che durante la gioventù lo conoscevano bene. Avendo queste inclinazioni, è naturale che per l’abbandono della grazia divina i demoni a cui si era dato lo rendessero continuamente propenso all’errore, cosa che del resto capitò a Giuliano e a molti altri apostati. Ma giunse poi al vertice dell’apostasia attraverso un ebreo, al quale si era rivolto per le sue conoscenze delle opere di Aristotele. Era un seguace di Averroè e degli altri commentatori persiani e arabi dei libri aristotelici che i giudei avevano tradotto nella loro lingua…Si chiamava Elisseo e fu lui che lo rese quello che è."
Ascoltiamo anche Giorgio Trapezunzio di Trebisonda, contraltare nella delegazione cattolica di Gennadio Scholarios, ci informa:
" L’ho udito io stesso a Firenze – era lì per il concilio con i greci – mentre asseriva che tutto il mondo tra pochi anni avrebbe accolto una sola medesima religione con un solo animo, una sola mente e una sola predicazione e avendogli chiesto "cristiana o maomettana?", rispose "nessuna delle due, ma non differente da quella dei pagani". Sdegnato per queste parole l’ho sempre odiato e l’ho considerato una serpe velenosa, né l’ho più potuto vedere e ascoltare…L’ho visto io in persona, eh se l’ho visto levare preghiere e inni al sole, nelle quali, come creatore del tutto, lo esalta e lo adora con tanta eleganza di termini, dolcezza di composizione, sonorità di ritmo…d’altra parte dava al sole onori divini con parole talmente caute che anche i più dotti non se ne sarebbero potuti accorgere se non dopo attente e frequenti osservazioni."

Dunque, non solo un personaggio dotto e ispirato, ma anche cauto e prevenuto; già il suo caro maestro Elisseo fu vittima di persecuzione e bruciato vivo sul rogo. Pletone arrivò in Italia in un clima di fervente rinnovamento culturale e vi trovò un ambiente molto recettivo. A Ferrara, esisteva già un' Accademia, guidata da Guarino Veronese, che inizialmente aveva stodiato con Emanuele Crisolora e che aveva approfondito i suoi studi in Grecia fra il 1403 e il 1408, presso lo stesso Pletone. Questo ambiente protetto permise a Pletone di lasciarsi andare a qualche sfogo, colpendo con parole pungenti le varie dottrine e anche se i veri insegnamenti li rivelò solo a una cerchia ristretta di seguaci, ciò che disse pubblicamente lascia ben intravedere idee molto chiare sulla volontà di oltrepassare quei dogmi che impedivano la realizzazione di un "Mondo ideale".

Ecco il motivo che porta a vedere in lui l'imputato più probabile, motivato e capace a celare in un mazzo di figure usuali un insegnamento così eretico.

giovedì 21 agosto 2008

Cap.5 Identikit.

La conoscenza storica ha inizio solo quando entrano in gioco dei "testimoni" (i documenti che il passato mette a disposizione dello storico) ed un "esaminatore" che li sappia opportunamente interrogare. Senza le domande appropriate i testimoni rimarrebbero muti, senza testimoni i quesiti rimarrebbero irrisolti. (1)
Un testimone può essere preciso, inesatto, accurato, approssimativo, veritiero, bugiardo, fallace, fazioso, imparziale, obiettivo ..., la sua testimonianza può essere intenzionale, casuale, involontaria, accidentale, artefatta , mirata, progettata ... i modi e i mezzi della trasmissione del "documento" possono essere svariati e diversi, come indefinitamente vari e differenti sono i canali e i supporti del comunicare. Comunque sia, la principale preoccupazione di uno storico è quella di far parlare i propri testimoni al fine di comprendere ciò che essi dicono. In buona sostanza, senza "documenti" non è possibile alcuna conoscenza storica.
(1)
Fin dalle origini della lingua greca, nel dialetto omerico, il termine istor (histor) sta per "testimone", ossia "colui che vede" e di conseguenza "colui che sa in quanto è informato". La parola "storia" deriva, dunque, dalla radice indoeuropea vid, che in greco è id e in latino video, ed indica come il primo approccio con l'empirico passi attraverso l'osservazione e la descrizione di quel che si vede. Solo successivamente, allorché il dato d'esperienza è fissato nella memoria, diviene possibile riportare un qualcosa che altri (il testimone) ha riferito di aver visto. Il verbo ionico istoreo sta, in definitiva, per "investigo", "esploro", "osservo", "indago", "ricerco" il come stanno le cose al fine di esserne informato e istoria (historia) significa la descrizione dell'osservabile e, quindi, la sua trasmissione attraverso i canali della memoria collettiva.
così scrive Paolo Aldo Rossi in un articolo a pag. 55 del già citato libro "Tarocchi Arte e Magia" e che potete leggere qui.
Chi è il personaggio in questo ritratto?
Oltre ai testimoni, aggiungo che dobbiamo avere almeno un'idea di chi stiamo cercando.
In tutte le letture riguardante i Tarocchi; storiche o esoteriche, la conclusione è sempre la stessa: non sapremo mai chi li ha inventati.

Da parte mia, non sono mai stato particolarmente
attratto dai Tarocchi, anche se, frequentando ambienti esoterici e personaggi veramente appassionati, storie a riguardo ne ho sentite molte, tutte diverse fra loro, ma niente che convincesse o arrivasse a stuzzicare la mia curiosità. In tutte quelle storie nessuno mi sapeva fornire un'esposizione chiara, precisa e soprattutto completa su queste 22 carte.
Quando vidi per la prima volta lo schema, le cose cambiarono. I Tarocchi entravano in una logica di pensiero. Questo fece scaturire in me l'idea di poter tracciare un' identikit del loro autore.
Tramite la documentazione storica si è potuto relegare in un tempo ed in uno spazio la comparsa dei Tarocchi, ma solo tramite la giusta interpretazione di queste figure possiamo tracciare i lineamenti o meglio la "linea-mentis" del loro creatore.
I Tarocchi senza lo schema sono un insieme di figure che potrebbero semplicemente rappresentare le idee e la morale del tempo; ad esempio anche se di poco posteriore alla comparsa dei tarocchi, ne il poema "La nave dei folli" 1494 (clicca qui per vedere tutte le immagini o qui), possiamo riconoscere molte di queste figure nelle vignette moralizzatrici di Sebastian Brant rappresentate da una serie di xilografie delle quali alcune sono attribuite al giovane Dürer. Anche se non conosco (per ora) libri simili antecedenti la comparsa dei Tarocchi e so che Dürer fu ispirato da questi; ritengo presumibile che l'iconografia di per se, fosse assolutamente "normale", altrimenti non sarebbe stata usata per fare la morale alla gente ma piuttosto tacciata come blasfema. Matto, bagatto, imperatori e papi piuttosto che diavoli e angeli e la stessa ruota della fortuna erano parte di quelle vite e di quelle idee che nel XV secolo si diceva pensiero comune. Non sono le figure contenute nei Tarocchi a renderli speciali; solo nello schema potremmo rintracciare ciò che rappresentava una vera e propria "eresia" per quel tempo.
L'idea che mi sono fatto del fantomatico personaggio che concepì lo schema è di un eretico; quello che oggi più semplicemente chiameremo "libero pensatore", visto che eresia non significa altro che "scelta", e l'eretico di conseguenza non è altro che "colui che sa scegliere". Di proposito non ho usato il "può scegliere", perché difatti nel XV secolo al minimo accenno di idee diverse al Dogma si veniva condotti direttamente al rogo. Forse sta proprio qui "il movente" del nostro delitto. La genialità di celare in un insieme di figure assolutamente normali, in un'epoca di accanite censure, un'idea ed un insegnamento che sarebbe stato definito eresia.
Eretico dunque, ma non comune. Un'eretico che alla domanda: ma allora in cosa credi?
Avrebbe risposto:
la domanda che piuttosto mi dovresti porre è come nasce una credenza?
Da qui la considerazione che questo personaggio vissuto nel Nord Italia, nella prima metà del XV secolo con una personalità e una conoscenza fuori dal comune non potesse passare inosservato.
Questa è la copertina di un libro in cui ci sono le xilografie e sottostante le morali di Brant.

Ad esempio per l'immagine della Ruota della Fortuna vista sopra,
Brant ci dice:
"onori e successi umani son tutti fragili e caduchi. Nessuna cosa è stabile sulla ruota fatale del tempo e della fortuna: la gloria mondana tramonta, cadono e cadranno i regni. A ogni cosa terrena pon fine la morte."

Brant è dunque un testimone dell'epoca che ci racconta cosa rappresentavano nel XV secolo immagini molto simili ai Tarocchi. Probabilmente non è mai stato preso in considerazione per un'analisi figurata dei Tarocchi perchè tutto sarebbe diventato troppo banale rispetto al mito che si era creato, ma dal moto "niente viena a caso" forse proprio perchè non è caduto questo mito alla fine ho scoperto lo schema.